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LA PROVINCIA ROMANA DEI FRATI MINORI CAPPUCCINI

     Benché i Cappuccini fossero giunti a Roma già nel 1529, la divisione in zone territoriali chiamate Provincie, fu fatta nel Capitolo generale del 1535-36. La Provincia Romana comprendeva il territorio che corrisponde all’attuale Lazio, con sconfinamenti nell’Umbria e nell’Abruzzo. Era inizialmente costituita da dieci conventi: Roma, Rieti, Scandriglia, Cittaducale, Nemi, Anticoli di Campagna (Fiuggi), Tivoli, Civita Castellana, Monte San Giovanni Campano, Collevecchio . I luoghi abitati dai frati cappuccini si moltiplicarono rapidamente, tanto che già sul finire del 1500 se ne potevano contare più di una trentina . Verso la seconda metà del 1700 erano 45 e il numero dei religiosi arrivava agli ottocento, tanto che un decreto papale del 1774 fissava a 800 il numero massimo dei religiosi della Provincia. E in ogni convento potevano esserci 17oppure18 frati.
   Significativo che di solito erano i Consigli comunali che discutevano e mettevano ai voti la proposta di invitare i cappuccini nel territorio della “Comunità”, che si assumeva anche il compito di costruire il convento con orto e bosco, venendo perfino incontro alle esigenze espresse dai frati stessi, che, di solito, si riducevano alla richiesta di un luogo “non troppo lontano e non troppo vicino”, di aria buona, non molto umida, ed una provvista di acqua. Quest’ultima clausola spesso veniva risolta dai frati stessi con la depurazione dell’acqua piovana raccolta dai tetti, filtrata e incanalata nel pozzo del chiostro.
   Alla costruzione del fabbricato collaboravano fattivamente i religiosi con la mano d’opera e, spesso, anche con progetti e suggerimenti. La struttura di molti dei conventi della Provincia romana è segnata dagli interventi del frate architetto Michele da Bergamo.
   Questa situazione subirà delle variazioni rilevanti dopo l’inchiesta ordinata da Papa Innocenzo X nel 1650 e la conseguente chiusura di alcuni conventi , ma soprattutto come conseguenza delle soppressioni prima napoleonica e poi dei Savoia. Dopo la fine dello Stato Pontificio, a differenza di quanto avveniva prima, diminuiscono sempre più nei conventi della Provincia, le presenze dei religiosi provenienti da altre regioni o dall’estero. Inoltre, le due guerre mondiali del secolo scorso hanno inciso significativamente sia sul numero dei religiosi sia su quello delle presenze. Sorprende, però, che il numero dei religiosi della Provincia romana sia in costante aumento negli anni che seguono a breve la soppressione del Regno italico. Si passa dai 412 religiosi del 1883 ai 626 di fine ottocento . Gli effetti si avvertiranno subito dopo.
   Nel secolo ventesimo, infatti, inizia il lento e graduale declino. Andò sempre più aumentando l’età dei religiosi e diminuendo il numero delle vocazioni, un fenomeno comune a tutti gli Istituti religiosi. Si va, infatti, dai 32 conventi e 412 frati del 1883 ai 25 conventi e 163 frati del 1990 . Attualmente (2012) la situazione della Provincia romana è la seguente: 23 conventi dei quali 17 abitati dai religiosi che sono in numero di 85.
   La vita dei cappuccini, soprattutto delle origini, si può sommariamente schematizzare così: contemplazione, lavoro manuale, predicazione . Erano come delle api operose nel loro alveare. In ogni convento vi erano frati cuochi, ortolani, portinai, lavandai, sarti, calzolai, questuanti, artigiani, muratori, studiosi, artisti ed anche predicatori, direttori di coscienze e infermieri . Spesso erano chiamati ad assistere gli infermi sia nelle case sia negli ospedali, nei quali di frequente si affidava a loro anche la direzione per riportare ordine, pulizia e amministrazione oculata . I conventi erano sempre più realtà autosufficienti, in grado di produrre, almeno in parte, il necessario per quanti vi dimoravano, ma anche per chi bussava alla loro porta. Vi furono sempre frati questuanti, che assicuravano quanto mancava in casa e che divennero, di fatto, un ponte tra il mondo conventuale e l’esterno. Spesso erano essi stessi a soccorrere i poveri e a “predicare”, con la vita e qualche buona parola, negli ambienti più emarginati, soprattutto nelle campagne.
   La preghiera comunitaria scandiva i tempi della giornata con ritmi ben definiti, espressi con la frase “regolare osservanza”, alla quale si attribuiva una forza santificante, oltre che di ordine e di disciplina. La presenza al Coro per pregare e al refettorio per il cibo in comune, erano obblighi molto sentiti e raccomandati, intrisi di preghiera e di ascolto della Parola di Dio, della Regola e del Testamento di San Francesco, delle vite dei santi. Nelle lettere dei Ministri provinciali si legge insistente l’esortazione al ritiro spirituale mensile e agli esercizi spirituali annuali. Ultimamente si è aggiunto a tutto questo il Capitolo locale in cui la comunità religiosa s’incontra e dialoga sulla dimensione comunitaria della vita spirituale e materiale, sul significato della presenza dei religiosi nella chiesa locale e nelle strutture territoriali e sociali del posto. Più che mai frequenti gli incontri i di tutti i frati della Provincia tesi soprattutto alla formazione permanente dei religiosi.
   Il divenire della storia ha trovato i cappuccini romani attenti alle esigenze dei tempi e ai segni dello Spirito, con una apertura mentale di accoglienza e di adattamento caratteristici della gens romana. Nel 1715 quaranta frati siciliani espulsi dall’isola, perché rispettosi dell’interdetto che gravava sulla diocesi di Agrigento e Catania, giunsero nel convento romano e poco dopo fu loro concesso in esclusiva il convento di Tivoli, dove rimasero fino alla primavera del 1719. Così nel 1791/92 “Andando sempre di male in peggio l'affari della Francia molti de' nostri Religiosi delli più osservanti fecero istanza di venire in Roma, ma il Papa, interpellato in proposito lo proibì assolutamente. Alcuni frati vennero ugualmente, ma soprattutto i preti, Nella visita ai conventi del 1792 il Ministro provinciale trovò “emigrati sacerdoti francesi…ricoverati dove più dove meno” ospitati in quasi tutti i luoghi . Nel 1839 arrivarono gli spagnoli in fuga in seguito alla guerra di successione di Ferdinando VII. “Quelli, che a tempo previdero la tempesta, se ne fuggirono in Italia, e quasi tutti, e di tutte le Religioni fecero corso a Roma. E sebbene tra le disgrazie i Cappuccini furono i meno disgraziati: pure ebbero a soffrire anch'essi l'espulsione, e l'esilio. Furono questi distribuiti da' Superiori in varie Provincie, restandone una gran parte in questa nostra Romana. Quivi furono, e vengono trattati con quella carità, che vuole Iddio, e la Regola:quivi gli fu usata, e se gli usa quell'ospitalità, che avremmo bramata noi 25 anni addietro. E' di più di un anno ormai, che porgono fervorose preci all'Altissimo, acciò si degni prosperare le Armi di Carlo per rivedere ripristinata la Religione nella Spagna: e sembra che il Signore l'esaudisca, sentendosi ogni giorno notizie consolanti degli avanzamenti del Cattolico Carlo” .
   Vi furono frati insegnati, teologi e filosofi, letterati, poeti ed Artisti, tra questi ultimi, formati all’Accademia romana di San Luca, sono noti Norberto da Vienna (+1773), Raffaele da Roma (1805), Luigi da Crema(+1816), e, recentemente, P. Ugolino da Belluno (+2002), che, dopo varie esperienze pittoriche di sperimentazione e di avanguardia, alla scuola di Gino Severini ha rivisitato l’affresco graffito su ampie superfici di chiese e di absidi in Italia e all’estero.
   Ma i frati di Roma e del Lazio - oltre che nell’assistenza spirituale in molti ospedali romani e della regione - si distinsero anche per il prezioso e qualificato soccorso, che prestarono in occasione delle varie pestilenze che colpirono i luoghi ove essi abitavano nei secoli XVII, XVIII, XIX . Particolarmente significativa è l’assistenza prestata agli appestati nel 1656 a Roviano, Tivoli , Vivaro, Velletri , Sezze, Montefiascone , Viterbo , Roccagiovine, Palestrina e Roma . In quest’ultima città i cappuccini risposero in massa all’appello del Papa. Ne furono scelti soltanto alcuni e messi in riserva un’altra quarantina. Servirono gli appestati nei lazzaretti di Porta San Pancrazio, San Bartolomeo all’Isola Tiberina, alla Consolazione, al Casaletto, a Sant’Eusebio e dovunque venissero chiamati. Ne morirono contagiati 25.
   Emblematico il caso dei cappuccini di Montefiascone , i quali nel 1657 curarono gli appestati all’interno della chiesa fin quando non furono chiamati dal Commissario. Padre Francesco da Canino che prese servizio il 26 agosto. “Mancanti i notari della Città il povero Padre…doveva servire anche da notaro”. Morì di contagio il 15 settembre. Il 23 settembre vi morì anche P. Bernardino da Nepi, il quale l’8 settembre, proveniente da Bagnoregio e diretto a Gallese, si fermò per assistere gli appestati “ si esibì volontariamente di correre la carriera corsa dai suoi confratelli”. Nel 1761 scoppiò una grande influenza epidemica nel circondario del lago di Bolsena, a Marta e a Capodimonte. I cappuccini accorsero subito dal convento di Montefiascone somministrando agli infermi “non solo gli aiuti spirituali, ma ancora aiutandoli in quanto al corpo. Tale e tanta fu la desolazione di que’ miseri, che i suddetti religiosi erano costretti a seppellire i morti per non lasciarli fradiciare nelle loro case” . La cosa si ripeté nel colera del 1837 e nel 1855. In questi ultimi due date fu presente anche fra’ Felice da Montefiascone (1877), il quale, vista l’impossibilità di assistere tutti, divulgò un opuscolo in cui dava alcuni consigli utili per soccorrere gli appestati . E’ una “Istruzione popolare, affinché in occasione di una influenza colerica…quei disgraziati a cui mancasse l’assistenza del medico, abbiano una guida per regolarsi”. Il sindaco di Montefiascone - nonostante che si fosse in pieno periodo di soppressione degli ordini religiosi - si rivolse ancora una volta ai cappuccini con lettera del 3 settembre 1884, “per l’assistenza dei malati quando la luttuosa circostanza addivenisse necessaria” Si temeva arrivasse anche in città un’epidemia di colera verificatosi fuori . Ed ancora con lettera del 13 marzo 1916 il sindaco di Montefiascone autorizzava “l’occupazione temporanea del convento dei cappuccini e precisamente di tutto il braccio del convento stesso che guarda la città indispensabile per creare il Lazaretto”. Si era verificato qualche caso di meningite cerebro-spinale e si temeva un’epidemia. I frati accettarono e rimasero, chiedendo semplicemente che i locali utilizzati fossero del tutto isolati dal resto del fabbricato . La grande nevicata del 1956 -“l’anno del nevone”- la gente ricorse ancora una volta ai cappuccini, i quali distribuirono gli aiuti di ogni genere forniti a loro da vari enti . Questi frati si prendevano cura spirituale delle borgate del contado, lontane dal centro abitato e con strade disagiate per raggiungerle, come Fastello, Zepponami , la Commenda. In una lettera scritta nel 1912 dai contadini di quest’ultima zona, si legge: “Quando è venuto fra noi patre Bernardino a noi cia trovato come le bestie lui cia imparato a scrivere e a servire la messa…”.
   Con la Bolla Cum nos del 15 maggio 1648 Papa Innocenzo XI affidò ai cappuccini l’incarico dell’assistenza spirituale al personale delle galee pontificie ancorate nel porto di Civitavecchia. Vi furono mandati sei sacerdoti ed un fratello laico. L’incarico comprendeva l’assistenza agli infermi del locale ospedale, ai prigionieri, ai galeotti, a tutto il personale e l’accompagno nelle spedizioni militari sulle navi e durante la battaglia . Numerosi sono stati i cappellani militari nelle varie guerre, anche coloniali, e numerose sono le decorazioni e gli elogi conservati nell’archivio provinciale .
   Nei Capitoli generali del 1932 e del 1938 si discusse sull’opportunità o meno di assumere il servizio delle parrocchie . Ci si orientò decisamente per il no. Ma nella Provincia romana l’attività parrocchiale era già iniziata nel 1912 nella zona della stazione ferroviaria di Frosinone e, in seguito, sorsero altre parrocchie rette dai religiosi: Fiuggi Fonte, Latina, Civitavecchia, Roma-Centocelle, Roma-San Lorenzo Fuori Le Mura, per lo più in zone sprovviste di assistenza religiosa.
Gli anni della ricostruzione dopo l’ultimo conflitto mondiale, vide i cappuccini collaborare intensamente con le strutture ecclesiastiche e sociali e con iniziative audaci. Furono presenti con i Comitati civici del prof. Luigi Gedda, e nel 1950 inizia una incisiva presenza nel mondo del lavoro: organizzano campi di lavoro e attività sportive per i giovani, sono cappellani dei ferrovieri e dei trasporti pubblici, s’interessano attivamente della cultura e dei mass media emergenti, quali la radio e la televisione. Nel 1953 inventarono i “Cappellani volanti” per l’assistenza spirituale dei nuovi proprietari terrieri dell’Ente Maremma e nel 1955 nasce il Centro missionario di Civitavecchia nell’ambito dell’ONARMO (Opera Nazionale Assistenza Religiosa Morale Operai) per una presenza capillare tra gli operai e i contadini delle nuove realtà di lavoro e di sviluppo nazionale . In seguito alcuni conventi sono stati affidati a gruppi di persone e ad associazioni per la vita contemplativa (Cittaducale), per attività sociali (Acquapendente), per accoglienza di gruppi (Montefiascone e Fiuggi), per case di riposo (Rieti e Roma-Centocelle), in uso ad altri religiosi (Tivoli) o alle diocesi (Ronciglione). Nel convento di Bracciano è stata fondata, nel 1988, l’Associazione “Un cuor solo e un’anima sola” (CUCUAS) a servizio dei disabili.

   Un altro settore nel quale la Provincia romana è stata da sempre molto presente e operosa è quello della Missioni, sia popolari sia ad Gentes. Recentemente (2009) è nata l’associazione Onlus “Servizio ad Gentes Provincia Romana dei Frati Minori Cappuccini” in soccorso dell’attività missionaria nella quale attualmente son impegnati i cappuccini romani, in collaborazione con altre provincie, cioè Madagascar (dal 1967) e Benin (dal 2011). I territori di missione affidati giuridicamente alla Provincia romana sono: Rezia (1892-1951) ; Prefettura Apostolica dell’Eritrea (1894-1911); missione nella regione del Cercer nell’ambito del Vicariato Apostolico del Harar (Etiopia) (1936-1942); Isole di Cabo Verde (1954-1972) , Madagascar (1967-2005) ; Congo (1996-1999) ; Benin (2011-…).
Ma fin dalle origini i cappuccini romani percorrono i vari continenti per annunciare il Vangelo. Nei secoli XVII-XVIII si trovano in Georgia, Turchia, Barberia, Brasile, Congo. Nei secoli XVII-XIX sono presenti in Tibet, Nepal, Indostan, India, Madras, Persia, Mesopotamia, Siria, Libano, Filippopoli, Candia e Canea nell’isola di Creta, Grecia, Irlanda, Tunisi, Brasile e Cile. Per ognuno di questi luoghi ci vorrebbe una trattazione a parte per apprezzare l’opera e l’ardire creativo dei missionari.
L’organizzazione degli studi e della formazione nella Provincia romana arriva in tempi relativamente recenti. Si passa dall’insegnamento della grammatica a quello della teologia e della filosofia in piccoli gruppi organizzati in molti luoghi con un “Lettore”, alla nascita del primo Seminario per ragazzi a Veroli nel 1890 e agli studi liceali e teologici con corsi ed insegnati culturalmente preparati nelle accademie ecclesiastiche o nelle Università statali . Spesso si trovano cappuccini professori e titolari di cattedre negli atenei ecclesiastici e statali, oltre che nelle scuole secondarie superiori. Si moltiplicano sempre più pubblicazioni nei vari campi del sapere . Sono state pubblicate monografie sulla storia della Provincia e sui singoli conventi o su alcuni aspetti particolarmente significativi.


A cura di Rinaldo Cordovani